UIC/011 - anno 2010 numero 2
Tre speranze per tornare a vedere
Dall’occhio bionico alle ricerche su retinite pigmentosa e degenerazione maculare.
Si combatte su tre versanti la lotta che potrebbe ridare speranza ad ipovedenti e non vedenti: sono di questi giorni le novità sui più avanzati studi di medicina e bioingegneria sulla soluzione dei problemi indotti da retinite pigmentosa e degenerazione maculare, due patologie che sono tra le principali cause di cecità.
Ricercatori dell’Università della California a Irvine, guidati dal professor Hans Keirstead, stanno tentando di riprodurre in laboratorio i tessuti retinici sfruttando la differenziazione delle cellule staminali. Il professor Keirstead - che vanta un articolo in corso di pubblicazione sul “Journal of Neuroscience Methods” - ha attinto dall’esperienza che gli deriva da anni di ricerca sulle lesioni al midollo spinale; la differenza più grande, che rappresenta anche la sfida più stimolante da raccogliere, consiste nella varietà della struttura cellulare (ben otto tipi) che costituisce la retina, molto più complicata da riprodurre in laboratorio rispetto ad un tessuto omogeneo. L’obiettivo è quello di ottenere delle retine trapiantabili nel futuro prossimo e le proiezioni del modello ingegneristico, nonché le prime sperimentazioni su alcuni animali, fanno ben sperare.
Una ricerca internazionale condotta da diversi istituti - tra cui il Friedrich Miescher Institute di Basilea e i centri francesi Inserm e Institut de la Vision - e pubblicata su “Science”, sfrutta invece le proprietà di una proteina che sarebbe in grado di riattivare i coni “dormienti” colpiti da retinite pigmentosa. Questa patologia colpisce dapprima i bastoncelli, responsabili della visione notturna, degenerandoli; successivamente inibisce la funzionalità dei coni, responsabili della visione diurna, senza tuttavia compromettere le loro proprietà elettriche e la capacità di trasmettere gli impulsi nervosi alla retina interna, che a sua volta ha il compito di trasmetterli al cervello mediante il nervo ottico. La proteina sarebbe in grado di riattivare i coni “dormienti” anche quando è sopraggiunta la cecità, e gli esperimenti condotti sui topi avallerebbero questa tesi.
Contestualmente, ma con modi e tempi diversi, una ventina di team di ricercatori sparsi nel mondo stanno perseguendo l’obiettivo di ridare la vista attraverso un’altra strada: quella dell’occhio bionico. Sono circa 20 anni che si conducono studi in questa direzione, ma i progressi sono molto lenti. Al Mit di Boston, sotto la guida del professor John Wyatt, è stato messo a punto un paio di occhiali speciali su cui è montata una piccola videocamera: questa fornisce i dati dell’immagine catturata a un chip incastonato nel titanio e montato sulla superficie esterna del bulbo oculare. Il processore passa i dati al sistema nervoso attraverso un gruppo di elettrodi fissati sotto la retina con la funzione di stimolare il nervo ottico. Il dispositivo “aiuta” a vedere meglio, ma il risultato è, almeno per ora, una bassissima definizione. Gli esperimenti condotti su maiali hanno dimostrato, però, l’affidabilità e la resistenza della protesi che in dieci mesi di applicazione non ha riportato alcun danno alla componentistica elettronica.
Nel luglio scorso a 30 pazienti è stato impiantato l’Argus II. Questa protesi retinale, sviluppata dalla Second Sight di Sylmar (California), è composta da una griglia di 60 elettrodi fissata alla retina. La sperimentazione ha già mostrato qualche timido ma promettente risultato: in un’intervista realizzata dalla Bbc un uomo cieco ha dichiarato che ora, grazie alla protesi, è in grado di percepire una linea bianca presente sul pavimento e di riuscire a distinguere un paio di calzini bianchi da uno di calzini neri. Quella dell’occhio bionico rimane una strada da battere a fondo, con la speranza di riportare i successi ottenuti dalle protesi acustiche applicate agli audiolesi, anche se manca ancora tanto: parafrasando il professor Nigel Lovell dell’Università del New South Wales, «si dovrà aspettare quanto atteso per passare dalla radio alla televisione». Ma, come allora, ne sarà valsa la pena.
Alex Melis

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